Io sto con Alba Chiara e con il sindaco di Tenno che si è dimesso per non dimenticare quel femminicidio

La famiglia della giovane uccisa dal suo fidanzato ha chiesto una targa per ricordare la figlia ma la comunità non si è dimostrata compatta nel dare il suo appoggio. La madre, Loredana, mi ha raccontato del dolore provocato dalle mezze frasi buttate lì da alcune compaesane e compaesani, quasi volte a giustificare l’atto femminicida. Ma certe cose non si giustificano

Il 31 luglio 2017 Alba Chiara Baroni moriva uccisa da alcuni colpi di pistola sparati contro di lei dal suo fidanzato Mattia Stanga a Tenno in Trentino (poi suicidatosi). Dopo i primi clamori la tremenda notizia di un femminicidio nel nostro calmo Trentino stava quasi per sparire dai pensieri di molti di noi. A farla tornare di prepotenza le azioni di Gianluca Frizzi, Sindaco di Tenno, che, resosi conto che né il suo consiglio comunale né la sua cittadinanza erano interamente schierati all’idea di avere una lapide a ricordo di Alba Chiara (come richiesto dalla sua famiglia), ha deciso di dimettersi perché lui ha scelto di stare dalla parte di Alba Chiara.

Poche settimane fa ero alla Campana dei Caduti di Rovereto con il Reggente Alberto Robol ad accogliere Sandro Chisté, (LINK) un pensionato trentino della Valle dei Laghi che sta attraversando l’Italia a piedi dal Brennero a Palermo, portando la bandiera della Pace come messaggio di solidarietà. Con noi vi erano Loredana, Aurora e Massimo Baroni, la famiglia di Alba Chiara. Massimo è amico di vecchia data di Sandro e questi ha deciso che le donazioni raccolte durante il suo cammino saranno dedicate al “Progetto Alba Chiara”messo assieme dalla famiglia Baroni.

Conoscevo la vicenda di Tenno solo dai giornali e sono rimasto molto impressionato dai racconti tra le lacrime di Loredana, mamma di Alba Chiara. Loredana mi ha raccontato dei sogni da ventenne della figlia, dei suoi studi al liceo artistico, dei suoi quadri, e dei suoi progetti per il futuro. Massimo, il padre, mi ha raccontato che, in ricordo di Alba Chiara e per cercare di trasformare ciò che è successo in qualcosa di positivo, hanno deciso di mettere in campo una serie di iniziative volte ad aiutare le donne che sono vittime della violenza degli uomini creando il “Progetto Alba Chiara” che mira a dare supporto alle donne bisognose di aiuto. Per fare questo si sono appoggiati alla Famiglia Materna di Rovereto, (LINK) una Fondazione che si occupa di aiutare le donne in pericolo o difficoltà.

Loredana, la mamma di Alba Chiara, mi ha raccontato anche del dolore provocato dalle mezze frasi buttate lì da alcune compaesane e compaesani,quasi volte a giustificare l’atto femminicida: “Forse se non avesse deciso di lasciarlo…”, “chissà cosa ha fatto per provocare un gesto del genere…”. Dai suoi racconti emerge tutto il dramma di una famiglia schiacciata dal dolore della perdita di una figlia per omicidio aggravato dal fatto di non sentirsi abbracciati da tutti, quasi che Alba Chiara (e loro con lei) avesse delle colpe in questa vicenda. Ma in realtà poco importa che lei avesse o meno delle colpe dato che nulla può giustificare e può legittimare nessuno di noi a decidere di togliere una vita a maggior ragione di una persona che diciamo di amare.

La vicenda del femminicidio e successivo suicidio di Tenno è sicuramente un macigno piombato su un piccolo paesino in cui gli intrecci di conoscenze personali e di parentele vanno, anche comprensibilmente, ad influenzare i pensieri di ciascuno. Su questo poi si poggiano anche retropensieri che accompagnano le nostre piccole e grandi comunità trentine ancora fortemente legati ad una concezione di patriarcato che vedono la donna succube all’uomo.

Per quanto quindi sia capibile che al dramma della morte di Alba Chiara si leghi quello della morte del fidanzato e la sofferenza di tutta la sua famiglia, credo sia giusto schierarsi per ribadire a grande voce che nulla può giustificare la scelta di uccidere qualcuno e per questo le parole del Sindaco Frizzi che possono sembrare divisive dovrebbero invece essere comprese e ascoltateattentamente. Parole molto nette per rendere chiaro a tutti che vi è un profondo solco tra vittima e carnefice: “Quanto è successo non mi permette di continuare – dichiara Frizzi presentando le sue dimissioni da Sindaco – io non sono con l’una o con l’altra famiglia. Io sono con Alba Chiara, perché lei non ha potuto decidere”.

La nostra società assiste quasi impotente e inebetita, giorno dopo giorno, a femminicidi senza trarne alcun insegnamento, senza alcuna reazione. Se vogliamo combattere questo dramma serve lavorare ancora una volta sulle nostre forme di educazione e sulla nostra cultura che ci porta a vivere con normalità la sottomissione della donna ma servono anche atti di coraggio che lacerino i non detto e la voglia di dimenticare. Atti capaci anche di riaprire con intelligenza ferite mai sanate che rischiano altrimenti di suppurare. Per questo oggi dobbiamo ringraziare il Sindaco Frizzi e assieme a lui dire IO STO CON ALBA CHIARA!

Articolo originale scritto per ildolomiti.it

Il Giro d’Italia e il conflitto tra Israele e Palestina

L’associazione Quilombo ha invitato singoli e associazioni per una pedalata alternativa. Un piccolo ma significativo modo per evidenziare la contrarietà alla decisione degli organizzatori del Giro D’Italia di far partire la gara da Israele e di cercare così di dare un messaggio per cambiare il giro.

Martedì 22 maggio il Giro d’Italia passerà per il Trentino con una cronometro individuale da Trento a Rovereto. Da sempre nell’immaginario di molti il ciclismo (e con esso il Giro d’Italia) è uno sport che attraverso la fatica varca confini e unisce i popoli.

Quest’anno il Giro è partito da Israele come omaggio a Gino Bartali. Gino pedalava anche quando non era in gara e non lo faceva per se stesso: nascosti nel tubolare della propria bici c’erano documenti che avrebbero salvato migliaia di ebrei da una deportazione nazista che in pratica avrebbe significato morte.

Per queste sue azioni Bartali è stato riconosciuto da Israele come ‘Giusto tra le Nazioni’ e la motivazione ufficiale della partenza è quindi un omaggio alle gesta di questo grande campione di ciclismo e di vita.

Quando qualche mese fa avevo letto di questa partenza ero rimasto piacevolmente colpito pensando a un Giro che con il suo percorso e con la sua influenza mediatica avrebbe attraversato Israele e Palestina spingendo per la pace in quella zona.

Ahimè, nulla di tutto ciò.

La mia speranza iniziale è completamente svanita quando, osservando il percorso delle tappe israeliane, ho constatato chiaramente come il tracciato si sia snodato unicamente all’interno dei territori del ‘48 ed abbia invece evitato zone come la Cisgiordania, dove i check-point dell’esercito, il muro, gli insediamenti dei coloni israeliani e la militarizzazione del territorio avrebbero potuto mostrare uno scenario differente, fatto di oppressione, espropriazioni e violazione di ogni tipo di libertà e diritti umani condannati anche da varie risoluzioni delle Nazioni Unite.

Israele ha pagato 4 milioni di dollari per far passare il Giro Rosa in Terrasanta. Nella trattativa con RCS (che gestisce il giro) si sono mossi, oltre al Ministro dello Sport, anche quelli del Turismo e degli Interessi Strategici dello Stato israeliano. Questo rende evidente l’importanza politica della questione.

La motivazione ufficiale è quella già citata dell’omaggio a Gino Bartali ma assume un grande significato politico portando un importante riconoscimento allo Stato di Israele proprio in concomitanza con il settantesimo anniversario (maggio 1948) della creazione dello Stato di Israele.

Il giro è passato da Israele in un momento cruciale abbinato anche all’apertura dell’Ambasciata americana a Gerusalemme e alla “Marcia del ritorno” per riconquistare le posizione palestinesi del 1948. In questo periodo l’esercito israeliano spara sui civili per ordine del governo mentre gli estremisti di Hamas, che vogliono l’azzeramento di Israele, buttano benzina sul fuoco di Gaza e la “Marcia del ritorno” è una prova di forza che viene sopraffatta dalla violenza armata israeliana.

Anni di sofferenza del popolo palestinese, varie risoluzioni delle nazioni unite sono state cancellate da questo Giro d’Italia che ha preferito mostrarci una Israele da cartolina oscurando tutto il resto. Il percorso del Giro d’Italia è stato quindi pensato e costruito in funzione della legittimazione dello Stato d’Israele, dimenticandosi in toto la presenza dei palestinesi e dei territori in cui oggi vivono.

Molte associazioni filopalestine e per i diritti umani si sono mosse per criticare la scelta di tutto questo organizzando proteste durante il passaggio del Giro d’Italia. Tra queste ho molto apprezzato l’iniziativa organizzata dalle amiche e amici dell’Associazione Quilombo Trentino da anni impegnata nel supportare la resistenza popolare nonviolenta a fianco di palestinesi e attivisti israeliani che ogni giorno si impegnano per la fine dell’apartheid.

Per domenica 20 maggio Quilombo ha invitato singoli e associazioni per una pedalata alternativa a sostegno del popolo palestinese e della resistenza popolare nonviolenta.

La pedalata è partita in contemporanea da Rovereto e da Trento con un incontro a metà strada all’altezza di Nomi/Aldeno. Un piccolo ma significativo modo per evidenziare la contrarietà alla decisione degli organizzatori del Giro D’Italia di far partire la gara da Israele e di cercare così di dare un messaggio per cambiare il giro.

Uno degli hastag di riferimento per questo centounesimo giro d’Italia è “#amore infinit01”,  Ma non è amore infinito quello di nascondere 70 anni di occupazione militare ma quello invece che difende i diritti dei popoli oppressi proprio come fece Gino Bartali.

E’ giunto il momento di fermare il massacro, interrompere la spirale di violenza che sta moltiplicando le vittime, trovare una via d’uscita. Bisogna isolare i fanatici e sostenere i dialoganti.

Non esiste una soluzione senza coinvolgere le due parti disposte al dialogo: bisogna dare voce ai nonviolenti di Israele e della Palestina. Il destino dei due popoli è comune. Altra soluzione non c’è. E chissà che la disponibilità al dialogo non passi anche dalle ruote di una bicicletta in un percorso che pensi meno al ritorno economico e più alle sue potenzialità di influenza sociale e culturale.

Articolo originale scritto per ildolomiti.it

 

Alpini, siete i benvenuti, ma non fate giocare i bambini con le mitragliatrici

io, nonviolenza, politica

11 maggio 2018

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Nonostante il mio spirito profondamente disarmista gli alpini mi sono simpatici. Quando però vedo un bambino che impugna una pistola o che mira dal cannocchiale di un fucile come accaduto ieri a Trento, mi chiedo quale sia il nesso educativo di tale azione

Articolo originale scritto per ildolomiti.it

 

Ci siamo, ieri giovedì 10 maggio 2018 è ufficialmente cominciata la 91° Adunata degli Alpini, la 5° qui a Trento. Una adunata importante perché coincide con i cento anni dalla fine della Prima guerra mondiale e per questo ha nel logo una colomba bianca a richiamare lo spirito dell’appuntamento: sarà infatti, secondo gli organizzatori, l’Adunata della pace.

Nonostante il mio spirito profondamente disarmista gli alpini mi sono simpatici. In questi giorni precedenti all’adunata è stato bello incontrare caroselli di simpatici personaggi col cappello piumato, ascoltare i loro cori e cercarne di capire la provenienza in base agli accenti e ai dialetti.

Hanno una felicità coinvolgente e ti viene voglia di fermarti a brindare e a cantare con loro. Gli alpini piacciono al Trentino, basta guardare le migliaia e migliaia di bandiere italiane esposte sulle case, al netto delle poche bandiere trentine sui palazzi della Provincia e del nostro presunto spirito pantirolese.

C’è chi ha sottolineato la presenza di centinaia e centinaia di fusti di birra e che sarà un appuntamento eccessivamente vocato all’alcool, ma io credo, con buona pace di chi si occupa di questa piaga sociale, che qualche eccesso sia simpatico da vedere per le vie della nostra città troppo spesso chiusa e impettita.

Accogliere significa anche cercare di comprendere lo spirito che anima i partecipanti e accettare qualche esuberanza e il folclore e l’esibizionismo che qualsiasi grande raduno (si chiami Adunata degli Alpini o Dolomiti Pride) porta con sé.

(Continua dopo la foto)

L’Adunata porterà convivialità, vita, contaminazione di pensieri. L’adunata degli Alpini a Trento porterà elementi positivi in una città ed un territorio che può dare e ricevere molto. Tra tutti l’impegno dei Nu.Vol.A., cioè degli ex Alpini, nel volontariato è meraviglioso, dalla piccola maccheronata di carnevale ai continui interventi di di protezione civile.

In tutto questo non posso però far tacere l’obiettore di coscienza che è in me, non posso dimenticarmi che non credo nell’utilità degli eserciti e quindi non posso condividere alcuni dei valori attinenti alla vita militare che accompagnano l’adunata.

Una mia grande paura è quella, per dirla come Annibale Sansa su un quotidiano locale, che si guardi alle azioni di guerra passate e presenti più con spirito celebrativo che di ricordo e memoria. Che si mitizzi l’agire militare dei valorosi combattenti dimenticando l’orrore della guerra e anche le piccole, medie, grandi nefandezze che ogni esercito porta con sé e quindi senza cercare di capire gli errori che l’essere umano continua imperterrito a ripetere nel costruire e perpetuare le guerre nel Mondo.

L’essere umano è, ahinoi, fortemente legato al mito e alla bellezza della guerra e alla ineluttabilità di essa, quasi non vi fossero altre possibili soluzioni per uscire senza violenza fratricida dai conflitti politici e sociali. “Un terribile amore per la guerra” come sosteneva James Hillman nel suo saggio, una pulsione primaria dell’essere umano, talmente forte e dotata di una carica libidica non inferiore a quella di altre pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano, quali l’amore e la solidarietà. Se non ci rendiamo conto in maniera lucida di questa pulsione primordiale sarà sempre e comunque difficile per l’uomo tentare ogni opposizione alla guerra.

La venerazione che durante le adunate degli alpini si fa della bandiera di guerrae l’assoluta nonchalance con cui si portano scolaresche di bambini a impugnare allegramente strumenti di morte come pistole, fucili mitragliatori e bombe nelle cittadelle militari (presente anche a Trento al Parco ex Santa Chiara) mi fa propendere che anche durante la nostra adunata il terribile amore per la guerra sia ben presente e radicato.

Quando vedo un bambino che impugna una pistola sotto lo sguardo benevolo della sua maestra, o che mira dal cannocchiale di un fucile mitragliatore, come accaduto ieri a Trento, mi chiedo quale sia il nesso educativo di tale azione.

(Continua dopo la foto)

Capisco che sia giusto conoscere anche il mondo militare ma è veramente necessario ai fini della sua educazione che un bambino delle elementari, senza che possa realmente comprendere la grave responsabilità del dover portare una arma a “alzo zero”, la impugni sorridendo?

In Trentino abbiamo passato gli ultimi anni a discutere, anche animatamente, se sia giusto o meno che si insegni l’educazione all’affettività nelle scuole con relativi diverbi sulla presunta teoria gender che, secondo alcuni, la potente lobby gay vorrebbe portare nelle scuole, tanto da farne materia di legge. Nelle scorse settimane si sono spesi fiumi di inchiostro per una coppia di schützen che, giustamente o meno, voleva andare in una classe a raccontare della loro identità.

Apriamo una discussione anche su quanto c’è stato ieri a Trento o non si può perché verrebbe recepita come una critica nei confronti degli amici alpini? Non credo significhi essere contro gli alpini porre dei dubbi. Come conciliamo la colomba presente nel logo dell’adunata con quella pistola in mano ad un bimbo? Credo che se vogliamo veramente un giorno arrivare ad un mondo senza guerre sia giusto cominciare a ragionare su come educhiamo al conflitto i nostri figli.

E ora, nonostante questo, ma tenendolo ben presente, buona adunata a tutte/i noi!  

Il Trentino, il Qatar e i diritti umani

Articolo originale scritto per ildolomiti.it

La notizia è stata data qualche giorno fa direttamente dall’Ufficio Stampa della Provincia Autonoma di Trento: il 5 aprile scorso una folta delegazione di imprenditori trentini ha partecipato ad un incontro organizzato da Trentino Sviluppo presso il Polo Tecnologico di Rovereto in cui sono state approfondite le opportunità offerte dal Qatar alla presenza del direttore dell’Italian Trade Agency di Doha.

L’incontro è stato organizzato da Trentino Sviluppo in collaborazione con la Provincia autonoma di Trento, Confindustria Trento, Associazione Artigiani e Piccole Imprese della Provincia di Trento, Federazione Trentina della Cooperazione ed Associazione Trentina per l’Edilizia – Ance Trento.

Il Qatar è un paese dall’economia in forte ascesa, presenta il più elevato Pil pro capite al mondo ed ospiterà i Mondiali di calcio del 2022. Grazie alla supervisione e organizzazione di Trentino Sviluppo vi sono già iniziative programmate con incontri con operatori economici del Qatar a luglio e la presenza di imprese trentine a delle fiere internazionali di settore nel novembre 2018 a Doha. Il Qatar, grazie alla sua rapida ascesa economica e ad alcuni eventi nel prossimo futuro come i Mondiali di calcio del 2022, è un paese molto appetibile anche per le imprese trentine.

Bene quindi! Si, ma non benissimo!

Credo nella libera circolazione delle persone nel Mondo e questo porta sicuramente con se la possibilità che, con esse, circolino le merci, i saperi professionali e che ci sia business. Sicuramente in Trentino vi sono persone e imprese capaci che sapranno intraprendere ottimi lavori e ottimi risultati anche economici nel mediorientale Qatar.

Ma…

Ma il Qatar è un Paese da tempo sotto la lente di ingrandimento di chi si occupa di difesa dei diritti umani, in particolare ho letto con molta attenzione il recente Rapporto annuale 2017 – 2018 di Amnesty International (uscito nel febbraio 2018) nella sua parte dedicata proprio al Qatar. Purtroppo non ne esce uno spaccato limpido e cristallino.

In Qatar continuano ad essere imposte indebite limitazioni alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica non conformi al diritto e agli standard internazionali. Non è ammessa l’esistenza di partiti politici indipendenti, e soltanto i cittadini del Qatar hanno il permesso di organizzarsi in associazioni di lavoratori, a patto che queste soddisfino rigidi criteri stabiliti dalle autorità. Non sono ammessi e vengono sistematicamente dispersi i raduni pubblici non autorizzati e sono in vigore leggi che criminalizzano espressioni ritenute offensive verso l’emiro.

Lo scorso anno Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusandolo di finanziare e fornire riparo ai “terroristi” e di interferire con le questioni interne degli stati vicini. L’Arabia Saudita, il Bahrein e gli Uae hanno indebitamente vietato ai propri cittadini di recarsi o di risiedere in Qatar e hanno ordinato ai cittadini del Qatar di lasciare i rispettivi paesi, minacciando sanzioni amministrative o altre non ben specificate conseguenze per i trasgressori. Situazione sicuramente molto complessa che ha però portato ad ulteriori restrizioni delle libertà individuali.

I lavoratori, soprattutto quelli migranti impiegati come lavoratori domestici, nell’edilizia e in altri settori, affrontano evidenti casi di sfruttamento e abusi, venendo trattati letteralmente come schiavi. La forte crescita economica del Qatar ha portato in questi ultimi anni il paese a “importare” lavoratori dai vicini stati mediorientali tanto che oggi gli stranieri residenti sono quasi il 90% della popolazione. Una struttura demografica così sbilanciata è legata a un sistema di discriminazione istituzionalizzato in cui i lavoratori stranieri non hanno nessuna possibilità di cambiare la propria condizione sociale e sono esclusi dal godimento di praticamente qualsiasi diritto. La cittadinanza è un miraggio e i lavoratori sono assoggettati ai propri datori di lavoro da sistemi giuridici arcaici come la kafala: i lavoratori non possono lasciare il proprio posto di lavoro, o decidere di cambiarlo, senza il permesso dei loro attuali datori di lavoro, nemmeno se subiscono soprusi o violenze.

Tuttavia, sono stati registrati alcuni sviluppi positivi. Il governo del Qatar ha approvato due nuove leggi ad agosto 2017 che potrebbero contribuire a rimuovere alcuni degli ostacoli incontrati dai lavoratori migranti nell’accesso alla giustizia e hanno esteso le tutele legali al settore del lavoro domestico, tra l’altro riconoscendo il diritto a ferie retribuite e stabilendo un limite massimo giornaliero di ore di lavoro. Tuttavia queste leggi contengono ancora molte lacune che non tutelano appieno i lavoratori. Il governo del Qatar ha recentemente annunciato l’intenzione d’introdurre nuove riforme tra le quali un salario minimo e un fondo di solidarietà per i lavoratori non pagati. Nonostante questo vengono segnalati oltre un migliaio di morti nei cantieri e tuttora numerosi abusi nei confronti dei lavoratori che sono impegnati nei lavori in vista dei Mondiali di Calcio 2022. La stessa Amnesty nel 2016 ha stilato un dettagliato report circa i maltrattamenti e gli abusi subiti dai lavoratori impegnati nei progetti per i Mondiali 2022.

Le donne continuano a essere fortemente discriminate nella legge e nella prassi in relazione a questioni come matrimonio, divorzio, eredità, tutela dei figli, nazionalità e libertà di movimento. Lo scorso anno il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha sollecitato le autorità a indagare sui crimini legati alla violenza di genere e ad assicurare alla giustizia i responsabili. Il Comitato ha esortato le autorità a emendare una legge sulla cittadinanza, per permettere alle donne di trasmettere la nazionalità ai loro figli, un diritto che è al contrario garantito agli uomini cittadini del Qatar.

In Qatar gli atti omosessuali tra maschi adulti sono illegali e non vi è alcun riconoscimento giuridico per le coppie gay. L’art. 296 del codice penale punisce la sodomia fra adulti consenzienti con pene che stabiliscono la reclusione da uno a tre anni.

Amnesty International – Italia ha scritto una lettera formale in occasione del viaggio dell’autunno 2017 del Presidente del Consiglio Gentiloni nei paesi del Golfo, tra i quali il Qatar chiedendo di cogliere l’occasione per sollevare il tema delle violazioni dei diritti umani nei tre paesi del Golfo e, più in generale, di promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel contesto delle relazioni diplomatiche bilaterali tra l’Italia e i tre paesi.

Tutto questo non può lasciarci indifferenti soprattutto laddove la nostra Provincia, anche tramite le sue ramificazioni, intende essere parte attiva nelle mire commerciali trentine verso il Qatar. Dal mio piccolissimo osservatorio sposo l’appello (linkato qui sopra) che il direttore generale di Amnesty International Italia, Gianni Rufini, ha inviato nell’ottobre 2017 al Presidente Gentiloni. Si facciano pure tutti gli accordi commerciali che si vogliono fare, si intraprenda la strada dell’internazionalizzazione ma la nostra Provincia non può anteporre gli interessi commerciali e tralasciare il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali dove si vede impegnata.

Abbiamo la carta di Trento per una migliore cooperazione tra le migliori del mondo, abbiamo strutture come il Centro per la Cooperazione Internazionale e lo stesso Forum Trentino per la pace i diritti umani in grado di analizzare al meglio situazioni come queste, è troppo importante che il nostro territorio, solitamente attento, non dimentichi nel suo progredire (anche economico) i diritti delle persone che vivono in altri posti del Mondo dove intendiamo agire.

 

#neveragain: 6 minuti e 20 secondi

Articolo originale scritto per ildolomiti.it

Sono le 14.21 del 14 febbraio 2018, è il giorno di San Valentino, il diciannovenne Nikolas Cruz entra nell’edificio della Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland negli Stati Uniti. Nikolas, ex studente della scuola, comincia a sparare con un fucile d’assalto AR-15 calibro 223 verso studenti e personale scolastico uccidendo 17 persone. Per compiere il suo massacro impiega esattamente 6 minuti e 20 secondi

Un mese e 10 giorni dopo, alla stessa ora, Emma Gonzales, superstite della strage, prende la parola da un palco di Washington DC (capitale degli USA) davanti ad un’oceanica manifestazione composta da un milione di persone. Dopo un breve discorso in cui elenca una ad una le vittime di Parkland Emma trascina i partecipanti in un interminabile momento di silenzio: 6 minuti e 20 secondi (esattamente lo stesso tempo impiegato da Cruz per uccidere le 17 persone nella scuola di Parkland).

Emma è diventata famosa negli USA perchè nei giorni seguenti la mattanza di Parkland ha denunciato i legami di numerosi politici statunitensi e del presidente Trump stesso con la National Rifle Association (NRA), la potente lobby delle armi degli Stati Uniti. A Trump ha ricordato che la NRA gli ha finanziato la campagna elettorale con 30 milioni di dollari.

Emma Gomez, Jaclyn Corin, Alex Wind, Cameron Kasky, David Hogg, tutti studenti della scuola, all’indomani della strage hanno creato in pochissimo tempo un fortissimo movimento di pressione che ha organizzato il movimento #neveragain (mai più) che richiede con forza delle regole più stringenti per la vendita delle armi da fuoco e che in pochi giorni ha organizzato varie manifestazione tra cui quella oceanica del 24 marzo a Washington e in varie altre città americane. L’opinione pubblica americana, tristemente abituata a periodiche stragi, si è accorta ben presto che questa mobilitazione nonviolenta non è una delle solite che ben presto si spengono. Anche i media danno spazio a questi ragazzi, tanto che il Time ha dedicato loro una copertina.

Ma quello delle periodiche stragi compiute con armi automatiche è solo la punta dell’iceberg; negli USA infatti il numero dei morti per mano delle “armi leggere” è impressionante, una vera e proprie ecatombe tanto che è più pericoloso andare a scuola che in guerra: in quindici anni di occupazione militare in Iraq sono morti 4.500 soldati statunitensi, mentre in patria ogni anno ci sono 30.000 morti da armi da fuoco.

Il Gun violence archive un sito dove quasi in tempo reale, vengono aggiornati i morti per colpa delle pistole negli USA, informa che dall’1 gennaio al 25 marzo 2018 vi sono state:

  • 12’688 sparatorie

  • 3’257 morti

  • 5’689 feriti

  • 145 bambini uccisi o feriti (tra i 0 e gli 11 anni)

  • 611 ragazzi uccisi o feriti (tra i 12 e i 17 anni)

  • 50 stragi (con almeno 4 vittime tra feriti e morti)

La battaglia di Emma e dei suoi amici per un paese libero dalla paura delle armi non sarà facile. La violenza armata in America è uno di quei problemi apparentemente senza soluzione. In un recente articolo de L’Internazionale (TENERE LINK) si riporta che negli Stati Uniti ci sono 88 armi ogni cento persone, che portano gli USA ad essere il paese al mondo dove le armi sono più diffuse tra i civili. Secondo nella lista c’è lo Yemen, dove è in corso da anni una guerra civile con 54,8 armi ogni cento persone.

Ma questi dati falsano la percezione, e infatti il 78% della popolazione non ha armi. Questo significa che una minoranza, il 22 per cento degli adulti, possiede trecento milioni di armi: il 19 per cento ne ha il 50 per cento, mentre l’altra metà è in mano a un esiguo tre per cento della popolazione. Una minoranza politicamente molto potente e con enormi capacità di influenzare (anche economicamente) il mondo della politica.

Il Presidente Trump, che il giorno dopo la strage di Parkland ha dichiarato che contro questi atti serve armare gli insegnanti, nel febbraio 2017 ha firmato un decreto per cancellare i controlli sui precedenti al momento dell’acquisto di armi per le persone con disturbi mentali. Solo due giorni prima della strage di Parkland l’amministrazione Trump ha presentato una proposta per il budget del 2019 in cui, tra le altre cose, verrebbero tagliati milioni di fondi federali per i programmi che servono a prevenire i crimini nelle scuole e ad assistere le vittime.

Eppure, dicevamo, qualcosa sta cambiando. Sono sempre più le imprese degli Stati Uniti che dichiarano che smetteranno di finanziare la NRA e sempre più persone, anche famose, si esprimono pubblicamente perchè vi siano leggi meno permissive. Gli stessi ragazzi del movimento #neveragain, molti dei quali ancora non votano, dichiarano pubblicamente che appena potranno votare metteranno al centro delle loro scelte la posizione dei politici rispetto alle armi.

E in Italia?

Se finora le stragi degli usa sembravano lontanissime dal Bel Paese, vari segnali fanno sicuramente preoccupare: basti pensare a troppi femminicidi commessi con pistole legalmente posseduti, alla mancata strage commessa da Luca Traini a Macerata o al recente omicidio razzista di Firenze. Nel nostro Paese serpeggia la paura, dei furti, di omicidi, che ha portato la coalizione di centro destra a parlare nel suo programma elettorale di necessità di autodifesa. In Italia sembra che si avverta sempre più la necessità di potersi difendere anche con un’arma da fuoco. La nuova Presidente del Senato Elisabetta Casellati pochi giorni prima delle elezioni del 4 marzo dichiarava (TENERE LINK) che, se eletta, “il primo disegno di legge che presenterò sarà sulla legittima difesa, perché la difesa è sempre legittima e chi viola una proprietà privata deve sapere che rischia una reazione sempre legittima”.

Eppure i I dati resi noti dal Ministero dell’interno ci dicono che nel 2017, rispetto all’anno precedente, gli omicidi in Italia sono calati del -11,2%, le rapine del -8,7%, i furti del -7%. Nonostante tutto questo sono aumentate del +41% le licenze per armarsi.

L’Italia si sta armando?

Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Opal (Osservatorio permanente armi leggere) parla di una legge italiana sempre più permissiva per detenere armi. In un suo recente intervento nel convegno di Vicenza del febbraio 2018 (Insicurezza, rancore, farsi giustizia: dentro l’Italia che si arma”) Beretta parla di “nulla osta” o di una semplice licenza di tiro sportivo – per poter detenere tre armi comuni da sparo, sei di tipo sportivo, otto armi antiche, un numero illimitato di fucili e carabine da caccia, 200 munizioni per armi comuni, 1.500 cartucce per fucili da caccia e 5 chili di polveri da caricamento. Per non dover ottemperare alle restrizioni poste dalle norme sul “porto d’armi per difesa personale” – continua Beretta – negli ultimi anni sempre più persone hanno fatto ricorso alle licenze per “attività venatoria” e per “uso sportivo”.

In una recente ricerca svolta da Opal (ma quante armi ci sono nelle nostre case?) si cerca di fare chiarezza sulla situazione della presenza di armi da fuoco nelle nostre case. Situazione complessa e poco chiara che però permette di guardare con crescente preoccupazione alle 130 vittime dall’inizio dell’anno per mano di armi da fuoco legalmente detenute (un omicidio ogni 3 giorni).

Non a caso il convegno di Opal si è svolto a Vicenza, proprio nei giorni di “Hit Show, la fiera delle “armi comuni”, che da quattro anni si tiene a Vicenza. Unico salone fieristico nei Paesi europei dove vengono esposti tutti i tipi di armi (compresi fucili d’assalto) nel quale è consentito l’accesso al pubblico senza restrizioni, minori compresi purché accompagnati. Le foto di bambini in fiera che abbracciano fucili d’assalto non fanno certo sorridere. 

Prima di ritrovarci anche noi nella situazione statunitense occorre cercare di invertire la rotta, occorre disarmare la nostra ragione armata, partendo dai nostri giovani, cercando di sviluppare una società capace di affrontare i conflitti e trasformarli prima che questi sfocino in momenti potenzialmente distruttivi. Serve lavorare nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri di aggregazione giovanili e, nelle famiglie, per investire sull’educazione. Serve una società ricca di mediatori non di armi.

Utopia? La situazione degli Stati Uniti sta ad indicarci che l’utopia è quella di una società che pensa di combattere i suoi mali armandosi, per questo oggi Emma e le giovani e i giovani americani vanno sostenuti affinchè non vi siano più manifestazioni con 6 minuti e 20 secondi di silenzio…

Dolomiti Pride: Io e l’orgoglio gay

io

25 febbraio 2018

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Articolo originale scritto per ildolomiti.it

Venerdì 16 febbraio ho partecipato alla conferenza stampa di presentazione del Dolomiti Pride. Sono felice che un evento tanto importante si terrà in Trentino e farò quanto mi è possibile per aiutare le amiche e gli amici della comunità Lgbt affinchè il 9 giugno diventi un momento importante per il Trentino. Una parola però in tutto questo, non posso negarlo, mi stride: Pride – orgoglio.

Orgoglio è una parola che non mi è mai piaciuta; se penso all’orgoglio mi vengono in mente parole urlate, slogan violenti, bandiere esibite con violenza. Orgoglio per me è sempre significato imporre il proprio volere su altri. Quindi seppur contento che qui a Trento si terrà il Dolomiti Pride, un qualcosa mi disturba.

Poi… In questi giorni mi è capitato di guardare con mia figlia quattordicenne una puntata di Shadowhunters (una serie tv suburban fantasy nata dall’adattamento di una saga letteraria che mia figlia ama). In questa puntata Alec, uno degli shadowhunters, è all’altare perchè deve sposarsi ma è evidente che non è felice. Magnus Bane, sommo stregone (metà demone e metà umano) irrompe in scena e i due, che segretamente si amano, finalmente si baciano rendendo noto a tutti in maniera tanto plateale il loro amore. Chiedo un po’ di spiegazioni sull’accaduto (dato che non ho visto le altre puntate della saga) a mia figlia che mi dice felicissima che i due si amano da tempo ma non avevano il coraggio di rendere pubblico questo loro sentimento: “papà, io li shippo un casino come coppia!” (“shippare una coppia”: gergo giovanile che deriva dall’abbreviazione “ship” di relationship; significa che approvi e che ti piacciono insieme).

Che c’azzecca il bacio di una serie tv con la mia avversione per il termine “pride”? Centra perchè mi ha costretto a riflettere e a documentarmi un po’ sulle origini dei primi gay pride, quando la comunità lgbt, stufa di vivere di nascosto i propri sentimenti, ha deciso di uscire alla luce del sole, di esibire la propria condizione. Fortunatamente dai primi motti di orgoglio gay del 1969 di New York repressi violentemente dalla polizia molte cose sono cambiate in positivo, ma molte devono ancora cambiare ed evolversi e per questo credo sia infine giusto sfilare con orgoglio.

Viviamo in una terra tutto sommato tollerante ma che forse resta tale solo fino a che “non vede”.

La grande festa dell’orgoglio gay serve proprio per far emergere dal nascosto la vita di molti uomini e donne che vivono, amano e vogliono essere capite e accettate per quello che sono: persone. Serve perchè è giusto non vergognarsi per quello che si è e anzi far vedere che si sta bene con se stessi e si è orgogliosi di se e dei propri simili.

Ma il pride è un messaggio molto, molto importante anche per le molte ragazze e ragazzi dei nostri paesini che si scoprono omosessuali e che fanno fatica a capire come comportarsi e come vivere al meglio la loro quotidianità senza dovere necessariamente nascondersi.

Per quanto riguarda il sottoscritto, grazie ad un bacio esibito con orgoglio in una serie tv per adolescenti ho quasi (quasi) fatto la pace con una parola che non mi è mai piaciuta e sono riuscito a capire meglio la profonda importanza che le amiche e gli amici gay riversano sul 9 giugno prossimo.

Io e la mia famiglia ci saremo!

L’8 marzo e io…

io

8 marzo 2017

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pimpe 2

Per anni ho fatto la parte di quelli che #8MarzoTuttiIGiorni, che semmai un mazzo di fiori di campo imprevisto durante l’anno, che orgogliosamente non regalava le mimose, che, d’accordo con la propria compagna l’otto marzo scassava i cabasisi a tutte e a tutti sul fatto che le donne vadano rispettate, amate e supportate ogni giorno e non solo in ricorrenza di una festa… La cosa è andata avanti parecchio anche dopo la nascita delle nostre due figlie, fino a che queste non hanno cominciato a ragionare per bene e un giorno mi hanno messo in un angolo e mi hanno detto “papà hai rotto le scatole con questa storia che tu lo 8 marzo non regali le mimose e non festeggi le donne, noi l’8 marzo d’ora in poi vogliamo le mimose! È vero che le donne vanno festeggiate, supportate, aiutate e amate ogni giorno, è vero che ogni giorno le donne devono essere rispettate ma che male c’è se in un giorno particolare tutte e tutti cerchiamo assieme di analizzare la situazione per migliorarla poi durante tutto il resto dei giorni dell’anno? Questa è la festa dell’8 marzo, fare un bilancio della cosa per poi andare avanti e migliorare sempre più. Papà l’8 marzo è questo per noi e dovrebbe esserlo anche per te, e poi, ammettilo, quando mai ci porti dei fiori durante l’anno?”

… Di fronte a tanta saggezza non posso che arrendermi e oggi, con il sorriso, regalerò le mimose alle mie figlie e alla mia compagna e elargirò sorrisi a tutte le donne che incontrerò perché mi hanno detto le mie figlie che va fatto…

… probabilmente da qui a pochi anni mi tireranno le mimose in testa urlandomi in faccia la loro rabbia femminista… oggi, nell’attesa di quel giorno, festeggiamo!

La Pace di Giuliano

nonviolenza

2 marzo 2017

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Giuliano Pontara

Conoscevo Giuliano Pontara solo tramite i suoi libri e per me è stato un grande piacere stare con lui un paio di giorni e potermi confrontare discorrendo di guerre, violenza, diritti umani e giustizia e di come possa agire al meglio al giorno d’oggi un amico della nonviolenza.

La sfida per tutti coloro che prendono sul serio i problemi interconnessi della pace, della giustizia, dei diritti umani, della democrazia, del benessere collettivo, compreso quello di generazioni future, è nientemeno che quella di come bloccare la globalizzazione della violenza e la violenza della globalizzazione” (cit. Giuliano Pontara)

Giuliano Pontara, il filosofo della politica e uno dei massimi studiosi della nonviolenza a livello internazionale, nel 1952 lascia l’Italia per la Svezia per non dover svolgere il servizio militare. Ha insegnato per oltre trent’anni all’Istituto di filosofia dell’Università di Stoccolma e, come professore a contratto, in varie università italiane tra cui Torino, Siena, Cagliari, Padova, Bologna, Imperia, Trento. Pontara è stato tra i fondatori, e direttore, dell’Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace di Rovereto. Questo mese ha lasciato la sua Svezia per girare l’Italia e presentare il suo nuovo libro “Quale Pace? – sei saggi su pace e guerra, violenza e nonviolenza, giustizia economica e benessere sociale”. Il tour è partito il 4 febbraio da Torino dove il filosofo ha partecipato al convegno organizzato presso il Centro Studi Sereno Regis in memoria del compianto Nanni Salio, per poi toccare Cagliari, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Verona, Venezia, Trento, Bolzano e Milano.

Venerdì 17 febbraio il Forum Trentino per la pace e i diritti umani ha avuto l’onore di ospitare il filosofo di origini trentine che, presso il Centro per la Formazione alla solidarietà internazionale, ha discusso davanti ad una numerosa platea il suo nuovo libro con il sottoscritto.

Conoscevo Giuliano Pontara solo tramite i suoi libri e per me è stato un grande piacere stare con lui un paio di giorni e potermi confrontare discorrendo di guerre, violenza, diritti umani e giustizia e di come possa agire al meglio al giorno d’oggi un amico della nonviolenza.

Due cose mi hanno colpito particolarmente conoscendo il professore Pontara: la prima è stata la sua estrema semplicità sia come persona che nell’esporre il suo pensiero. Giuliano non si esprime con grandi proclami e verità assolute, ma avanza e discute ipotesi stando attento ad avvallarle con dati, ricerche e analisi. La seconda invece è stato vedere come le persone che per vari motivi avevano frequentato Pontara durante il suo periodo di attività presso l’Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace di Rovereto mostrassero del profondo affetto nei suoi confronti a testimonianza, forse, che quella “Personalità nonviolenta” della quale lui scrisse le caratteristiche ideali in un libro negli anni 90 era (e è) anche una sua caratteristica personale.

Durante la serata di Trento Pontara, con estrema lucidità, ha spiegato (come scritto in seconda di copertina del suo libro) che oggi quattro fenomeni profondamente interrelati costituiscono gravi ostacoli a una pace stabile a livello mondiale e mettono a repentaglio interessi e diritti basilari di generazioni presenti e future: l’escalation della violenza; il costante approfondirsi delle disuguaglianze nella distribuzione di risorse e potere; il crescente aumento della temperatura del pianeta e il conseguente degrado ambientale; il forte aumento dei flussi migratori nel mondo con decine di milioni di persone che fuggono dai massacri, dalle persecuzioni, dalla povertà cronica.

Partendo dal concetto che la guerra moderna è ingiustificabile e che non si esce dalla violenza con ulteriore violenza Pontara pensa a possibili vie della pace: una di queste è sicuramente la proposta di un governo mondiale democratico in grado di affrontare la violenza nel Mondo soprattutto grazie alla nonviolenza attiva praticata sia da singole persone che dalle istituzioni. La nonviolenza per Pontara non è solo metodo di lotta ma anche strategia con cui condurre in maniera costruttiva i conflitti e metodo per ridurre al minimo la violenza. A tale riguardo il Professore Pontara nel suo libro riporta alcuni esempi storici di applicazione in vasta scala di azioni nonviolente.

Ho trovato molto interessante le argomentazioni di Pontara rispetto al situazionismo e infatti alla domanda che gli ho posto: “Chi è Giuliano Pontara?” lui ha candidamente risposto: “io non lo so! Ho avuto una vita tranquilla e fortunata e eccomi qui a parlare di nonviolenza, ma come mi sarei comportato se fossi nato in Rwanda, in Sudan, nella Bosnia degli anni 90? Cosa avrei fatto se nella Germania nazista degli anni 40 una famiglia di ebrei avesse suonato alla mia porta in cerca di aiuto?”. Questo ci porta a ragionare sull’origine della violenza, sulla “Banalità del male” che ha portato persone semplici a compiere azioni tremende ma anche sulla “Banalità del bene e della nonviolenza” che, in modo apparentemente simile ai molti esempi negativi, ha portato persone normali a compiere gesti e azioni splendide da veri eroi. Secondo Pontara (che cita pure simili ragionamenti di Hanna Arendt, Zygmunt Bauman e Primo Levi) i nostri comportamenti dipendono molto di più dalle situazioni in cui ci troviamo a vivere che dai tratti personali e caratteriali della nostra personalità. Ecco allora la fondamentale importanza dell’educazione volta a combattere la brutalità potenzialmente presente in ognuno di noi. Un po’ come la leggenda Cherocke dei due lupi che vivono dentro di noi, uno cattivo e uno buono e vince quello a cui dai da mangiare. Coltivare una educazione democratica fin dall’infanzia e portare avanti istituzioni altrettanto democratiche in grado di realizzare questa educazione. Democrazia è una delle altre parole importanti per Pontara, perchè dove c’è vera democrazia è molto più facile combattere il male presente in ognuno di noi e coltivare il metodo nonviolento.

Durante l’incontro organizzato dal Centro Pace di Bolzano al quale anche il sottoscritto ha partecipato in veste di correlatore, ad una domanda dal pubblico “se oggi una vera Pace fosse possibile?” il professore Pontara ha chiuso l’incontro con una citazione di Kurt Gödel: “È meglio essere ottimisti e aver torto, che essere pessimisti e avere ragione“.

Massimiliano Pilati – Presidente del Forum Trentino per la pace e i diritti umani

Articolo originariamente pubblicato su Unimondo.org

Con Aleppo nel cuore!

io, nonviolenza

17 dicembre 2016

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Aleppo

Sabato 17 dicembre dalle 15 alle 17 le Comunità Islamiche del Trentino organizzano un sit in in Piazza Duomo a Trento in solidarietà al popolo siriano martoriato. Il sottoscritto, in rappresentanza del Forum Trentino per la pace e i diritti umani, parteciperà e invita tutti a partecipare.

In questi giorni stiamo assistendo ad un inasprimento del dramma siriano che Aleppo e molte altre città vivono dal 2011. Civili, bambini, donne, uomini e anziani sono quotidianamente uccisi, martoriati, feriti e torturati dalle bombe e da una violenza disumana… Mi capita di leggere commenti di carissimi amici che da una parte difendono un legittimo governo regolarmente eletto mentre altri difendono incondizionatamente qualsiasi azione dei ribelli. Tra questi, Daesh e le milizie jihadiste attuano la loro criminale politica del terrore. Ci sono poi gli interventi esterni della Russia, potente deflagrante e bellicosa, della Turchia, degli Stati Uniti e di molte altre nazioni che, agli occhi di chi scrive, sembrano più interessate a tessere trame economiche e geopolitiche che a salvare la popolazione civile quotidianamente bombardata. In mezzo a tutto questo c’è, appunto, la popolazione siriana stremata da questa assurda violenza e lasciata sola, sola contro tutto e tutti con i suoi oltre 500mila morti dal 2011. Sola contro il regime del loro Paese, contro i jihadisti venuti da altri paesi, contro la seconda armata più potente al mondo e contro la nostra indifferenza.

A chi assiste con sofferenza e senza capire bene la situazione non rimane che affidarsi ai dati forniti da organismi indipendenti. L’Associazione “Un Ponte per…”, da anni attiva nella zona, riporta in un recente comunicato stampa un rapporto di Amnesty International dove si stima che dall’inizio della crisi nel 2011 siano morte sotto tortura nelle carceri del regime siriano almeno 18.000 persone, oltre 300 al mese, solo tra quelle identificate con certezza. E molti di loro erano attivisti laici e democratici mentre i salafiti che poi hanno costituito Daesh (IS) sono stati rilasciati nella prima amnistia di Assad dopo l’inizio della rivoluzione. In questi giorni, – continua “Un Ponte per…”- mentre i soldati di Assad combattono la battaglia di Aleppo, Daesh ha ripreso controllo dei campi petroliferi tra Palmira e Homs, e continuerà a vendere petrolio sottocosto ad Assad come alla Turchia e alle multinazionali del settore. Certamente anche le altre fazioni armate commettono analoghe violazioni ma la sproporzione nelle cifre stimate è eclatante, le responsabilità del regime sono enormemente più alte.

Di fronte a tutta questa violenza l’unica pace sostenibile in Siria è una pace giusta, che dovrà essere negoziata tra le parti ma senza tacere sui crimini di guerra e le violazioni del diritto umanitario internazionale, senza rinunciare alla verità sulla sofferenza dei civili.

Dobbiamo necessariamente esprimere una forte condanna di questa barbarie in corso, dobbiamo dire no ai bombardamenti (da qualunque parte giungano), no alla violenza, invocare un embargo totale sull’export di armamenti nella regione e opporci strenuamente a qualsiasi altro intervento armato della comunità internazionale. Ad Aleppo una nuova tregua deve essere negoziata con il regime di Bashar al-Assad e servono immediatamente osservatori internazionali che garantiscano l’uscita dei civili dalle aree martoriate dai bombardamenti, con particolare attenzione agli attivisti e difensori dei diritti umani che si sono esposti per il loro lavoro sociale e politico.

Per questi motivi sabato 17 in Piazza Duomo a Trento manifesterò la mia vicinanza al popolo siriano. Il 6 dicembre ho sfilato per le strade di Trento per ricordare che il Trentino deve accogliere i profughi, sabato parteciperò contro le guerre che causano quei profughi!

Perché, anche se è necessario riconoscere le rispettive responsabilità di questo barbaro massacro, chi è davvero per la pace non dovrebbe tifare per questa o quella parte in guerra. Chi è davvero per la pace non può che stare da una parte sola: quella delle vittime. Sempre. Non può che avere un unico nemico: la guerra e chi l’alimenta e ne guadagna.

Massimiliano Pilati

Presidente forum trentino per la pace e i diritti umani

Il Trentino accoglie

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Mai come in questo periodo si è discusso, parlato, scritto, urlato di Costituzione. Se ne è parlato talmente tanto che l’altro giorno mi è venuto voglia di rileggerla. Tra i tanti articoli, forse complice la situazione internazionale legata alle troppe guerre causa di migrazioni forzate, mi ha colpito particolarmente l’articolo 10: “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Con questo articolo scolpito nella mente parteciperò martedì 6 dicembre alle 18.30 in Piazza Duomo a Trento alla manifestazione IL TRENTINO ACCOGLIE che chiama le comunità del Trentino a dare una risposta di solidarietà e di accoglienza di fronte al dramma dei profughi.

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Parteciperò convinto e convintamente invito quanti, votando SI o NO, in questi giorni hanno voluto esprimere il loro interesse per la nostra amata Carta Costituzionale.

Un caro saluto di Pace, Massimiliano Pilati

Presidente del Forum Trentino per la pace e i diritti umani

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Qui l’appello alla manifestazione:

 IL TRENTINO ACCOGLIE: DICIAMOLO INSIEME!

Di fronte al dramma dei profughi, che rappresenta la più grave emergenza umanitaria dagli anni della seconda guerra mondiale, anche le comunità del Trentino sono chiamate a dare una risposta di solidarietà e di accoglienza.
Le popolazioni di questa terra hanno sperimentato sulla propria pelle la condizione di profugo e migrante, le sue durezze e le sue speranze.
Non possiamo rimanere insensibili di fronte alla disperata domanda di aiuto che ci viene rivolta da tante persone in fuga dagli insanguinati paesi del Medio Oriente e dell’Africa e che approdano alle nostre coste dopo viaggi pericolosi nel corso dei quali tanti dei loro familiari e amici hanno perso la vita.
Purtroppo anche in Trentino si sono recentemente verificati degli attentati ad edifici predisposti per l’accoglienza dei profughi.
Non dobbiamo in alcun modo sottovalutare la gravità di questi episodi.
Occorre che la società civile trentina, nelle sue varie articolazioni e nella diversità degli orientamenti culturali, politici, religiosi che essa esprime, manifesti pubblicamente e unitariamente la più netta condanna di questi atti, ribadisca che il confronto di idee deve avvenire sempre civilmente rifiutando qualsiasi comportamento violento, confermi la propria disponibilità all’accoglienza dei profughi che veda il coinvolgimento e la partecipazione responsabile di tutte le nostre comunità locali, delle istituzioni, delle organizzazioni sociali, civili, religiose e del mondo del volontariato con la grande ricchezza di esperienze di solidarietà concreta che esso da sempre esprime e di cui il Trentino va giustamente fiero.
Per questo invitiamo tutti a partecipare alla manifestazione “Il Trentino accoglie” in programma martedì 6 dicembre 2016 alle ore 18.30 a Trento.